Ciò che resta
La memoria
Al club del libro abbiamo letto Il giardino persiano e l’autrice, Chiara Mezzalama è venuta per discuterne con noi. Nel libro racconta la sua infanzia a Teheran, gli anni trascorsi lì da bambina, dentro un contesto politico e familiare che ha segnato il resto della sua vita. Parlandoci del processo di scrittura ci ha detto che si è confrontata con suo fratello, con sua madre, con suo padre che avevano vissuto quei momenti con lei. Ognuno custodiva frammenti diversi. Alcune scene coincidevano. Altre no. Un episodio che per lei era stato centrale, per il fratello era marginale. Una tensione che lei aveva percepito come drammatica, per il padre era stata invisibile. Ha cercato di ricostruire le posizioni, gli sguardi situati, le vite attraversate dallo stesso evento ma in modo diverso. Ricordiamo, ma cosa ricordiamo?
Cosa fare del passato
Nasciamo dentro una famiglia, una classe sociale, un corpo, una storia. Subiamo educazioni, traumi, aspettative. Non partiamo da zero. Non siamo una pagina bianca. Ma non siamo nemmeno il prodotto esclusivo di cause precedenti. Il passato è un dato. La libertà sta nel cosa ne facciamo. Ok, è un sacco di roba. Andiamo più piano.
Ogni volta che ricordiamo, non stiamo solo recuperando un fatto: stiamo prendendo posizione rispetto a quel fatto. Se fossimo interamente determinati dal nostro passato, non avremmo alcun margine di movimento: saremmo soltanto l’effetto delle cause che ci hanno preceduti. E se potessimo svincolarci del tutto da ciò che è stato, perderebbero consistenza le nostre promesse, le ferite, le responsabilità che ci hanno formati.
L’importante non è ciò che hanno fatto di noi,
ma ciò che noi facciamo di ciò che hanno fatto di noi.
Jean-Paul Sartre, Saint Genet, comédien et martyr
Per Sartre, la responsabilità sta nel mezzo: riconoscere ciò che è stato fatto di me e scegliere cosa farne ora. E così la memoria diventa questo paradosso: è ciò che ci lega e ciò che ci permette di trasformarci.
Intorno al 1900, tre figure hanno cambiato per sempre il modo in cui pensiamo il tempo e il ricordo: Henri Bergson, Sigmund Freud e Marcel Proust. Ognuno a suo modo ha rotto l’idea lineare del tempo come una freccia che scorre dal passato al futuro. Hanno mostrato che il passato non è dietro di noi: è in noi. Una forza che agisce e continua a modificare il presente, a chiedere nuove forme di racconto.
Quante memorie
Le neuroscienze contemporanee (penso ai lavori di Larry Squire) confermano che non esiste una sola memoria. Parlano della memoria episodica, che ci permette di raccontare un periodo della nostra vita; è il ricordo di quella volta specifica in cui sei caduta dalla bici davanti a tutti. O del pomeriggio in cui tuo padre ti teneva la sella e poi ha lasciato la presa senza dirti niente e tu andavi.
Poi c’è la memoria procedurale che riguarda i gesti che sappiamo fare; è quella che ti permette di andare in bici senza pensarci. Non sai spiegare esattamente quali micro-movimenti fai per mantenere l’equilibrio. Non analizzi l’inclinazione del busto o la pressione sui pedali. L’hai imparato e il corpo lo sa.
E infine, la memoria semantica, il sistema che organizza conoscenze generali e regole implicite che abbiamo estratto dall’esperienza. Dalle tante esperienze in bici puoi aver tratto una regola implicita: per esempio “Se insisto, prima o poi imparo.” o “Quando mi lasciano, cado.” o ancora “Se mollo la presa mi faccio male.”
Quello che succede ogni volta che ricordiamo è che riattiviamo un intreccio di connessioni nel cervello e quella riattivazione non è mai identica alla precedente. I ricordi si trasformano mentre li attraversiamo.
Un lago visto a sedici anni e lo stesso lago visto a cinquanta, non sono lo stesso lago. È cambiato il paesaggio interiore con cui lo guardiamo. È lo stesso motivo per cui la madeleine di Proust è un’esplosione del passato nel presente, una coincidenza improvvisa tra due strati di tempo che si sovrappongono. È uno schianto. Un nuovo evento. Ecco sì, il ricordo è un nuovo evento.
Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.
Milton H. Erickson, psichiatra e psicoterapeuta
L’evento in sé non possiamo cancellarlo ma quello su cui possiamo intervenire sono le regole che ne abbiamo tratto. Una bambina che non si sente “vista” dal padre può arrivare a costruirsi una convinzione: non sono degna di essere amata, non ho valore, devo farmi piccola. L’evento resta nella memoria episodica ma la regola implicita può essere messa in discussione. È lì che le psicoterapie contemporanee lavorano: creando esperienze che incrinano quella regola e aprono uno spazio di rilettura.
Cancellare il passato e dimenticare
Eppure come si fa a riconciliarsi con qualcosa o qualcuno se i propri ricordi sono sfumati? Se mutano nell’atto stesso di formarsi? Possono toglierci tutto tranne i nostri ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato.
Veronica Raimo, Niente di vero
L’idea di fare tabula rasa seduce. Ci piacerebbe poter eliminare un trauma come si mette un file nel cestino del desktop. Il cinema lo ha immaginato (te lo ricordi Eternal Sunshine of the Spotless Mind?) ma la scienza ci dice che non funziona così. Un ricordo è un fascio dinamico di connessioni sinaptiche che si riattivano ogni volta in modo leggermente diverso.
D’altra parte, se non possiamo cancellare il passato, accade di dimenticare. In Matière et Mémoire, Bergson descrive il cervello come filtro. Se ricordassimo tutto, saremmo paralizzati. Il corpo seleziona, dimentica, mette tra parentesi. E per fortuna. Dimenticare non è un difetto della memoria, è proprio la sua condizione di possibilità.
Élie During parla di “profondità virtuale” per dire che il passato è sempre con noi in forma virtuale ma non attualmente cosciente. Non ce lo abbiamo tutto il tempo davanti agli occhi eppure è lì, stratificato dentro di noi. Ogni esperienza che abbiamo vissuto si deposita in questa profondità che non è immediatamente accessibile ma può riattivarsi se le condizioni lo permettono. A volte basta un odore, una luce, una parola, e qualcosa risale.
Nota: scrivere di sé significa anche questo. Creare le condizioni perché una parte del passato emerga dal virtuale e prenda forma nel presente.
Quando una persona perde la memoria in senso clinico, non perde solo dei contenuti. Perde un rapporto con sé e con gli altri. Si spezza la continuità che permette di dire: quella bambina, quella ragazza, quella donna ero io. La memoria è la trama della nostra continuità. Eppure questa continuità è misteriosa: tutto cambia in noi, le cellule si rinnovano, i ricordi si trasformano a ogni rievocazione. Come può esserci un “io” che attraversa tutto questo?
Memoria e futuro
Una delle scoperte più sorprendenti delle neuroscienze recenti è che le stesse regioni cerebrali coinvolte nel ricordo sono attive quando immaginiamo il futuro. La memoria non serve solo a conservare il passato: serve a simulare scenari. È una macchina di anticipazione.
La “memoria del futuro” mostra che ricordare e progettare sono due facce della stessa facoltà. Senza un deposito di esperienze, non sappiamo prevedere. I giovani anticipano meno perché hanno meno esperienza accumulata.
L’anticipazione diventa una combinazione creativa. Bergson parlava di “ricapitolazione creatrice”. Un gesto nuovo, come un’invenzione artistica o un atto libero che concentra elementi del passato in un istante che sembra inedito. Per spiegarmi meglio, farò un esempio calcistico, in cui non sono per niente a mio agio, ma solo perché lo ha detto Charles.
In un’intervista a France Inter, il filosofo Charles Pepin parla di Zlatan Ibrahimović e di un gol segnato nel 2013, in una partita tra PSG e Bastia, con una spettacolare rovesciata. Un gesto (immagino) calcisticamente bello, ma soprattutto inventivo (nessuno segna in quel modo).
Ci è riuscito mettendo in campo la memoria episodica: Ibrahimović viene da Rosengård, un quartiere molto povero di Malmö, in Svezia e ne è rimasto segnato; la memoria procedurale: migliaia di ore di allenamento, di potenziamento fisico, ma anche di taekwondo, perché Zlatan pratica arti marziali, è un guerriero; ma anche la memoria semantica: se ce l’ha fatta è anche perché è un ribelle, non rispetta le regole fino in fondo e quel gesto è al limite della legalità. Quel gol è una ricapitolazione creatrice del suo passato. Lo raccoglie e lo rilancia in una forma nuova.
Senza memoria non c’è progetto. E questo significa anche un’altra cosa: non possiamo metterci al riparo dall’esperienza. Non possiamo evitare di sbagliare, di esporci, di attraversare fallimenti o entusiasmi. Ogni nuova esperienza diventerà materiale. Si depositerà, si intreccerà con ciò che già siamo. Esiste la possibilità di decidere come usare ciò che viviamo.
È questo che mi interessa quando parlo di memoria. Il movimento che permette al passato di trovare una configurazione diversa nel presente e di aprire possibilità che prima non vedevamo.
La scrittura autobiografica somiglia a quel gesto atletico più di quanto immaginiamo. Possiamo lasciare che il passato si organizzi in un gesto o in una frase, ricapitolando ciò che siamo stati in una forma che apra il futuro. Un testo autobiografico, come la rovesciata di Ibrahimović, che raccolga la traiettoria e la rilanci.
A Storione lavoriamo su questo spazio. Ci prendiamo il tempo per tornare ai nostri episodi, per riconoscere le regole che ne abbiamo tratto, per vedere quali vogliamo ancora tenere e quali possiamo rimettere in discussione. Scrivere diventa un modo per esercitare anche l’immaginazione del futuro.
“Che cosa sto facendo, ora, del mio passato?”
Se vuoi, possiamo farci qualcosa insieme.
Storione
Fino a ora ho proposto il corso che dura una giornata e comprende teoria e pratica. Da quest’anno arrivano anche gli atelier: momenti di 3 ore dedicati tutti alla pratica, spesso tematici.
La prossima data del corso è a Bologna: 28 marzo (si è liberato un posto, vieni? scrivimi)
Gli atelier (ma se lo chiamassimo “Storione piccolo”?):
San Benedetto del Tronto: 20 giugno, 10 posti, dettagli nelle prossime settimane
Parigi (data in via di definizione)
Così un po’ ci inizi a pensare, se ti va.
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